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Leggere Piazza dell’Unità è come ritrovarsi calati dentro a una matrioska o, meglio ancora, a un imbuto rovesciato, dove ogni racconto è in grado di generare per osmosi altre storie, rendendo il tutto qualcosa di avvincente e di accattivante.

Il nuovo libro di Maurizio Matrone edito dalla Marco y Marcos, infatti, ripresenta in maniera assai ben orchestrata, un classico esempio del romanzo polifonico, un impianto di scrittura senza tempo, sperimentato -tra i tanti- negli anni ’30 da William Faulkner in “Mentre morivo”, fino ad arrivare ai giorni nostri con Nick Hornby e il suo spassoso “Non buttiamoci giù”.

Trama e personaggi dell’opera di Matrone risultano essere tenuti saldamente nella stessa matassa, per poi essere offerti al lettore attraverso un uso sapiente delle metonimie narrative.

Così, nella Bologna giovane e cosmopolita di Piazza dell’Unità, nulla è lasciato al caso. Ogni riferimento a cose, luoghi o persone ritornerà irrimediabilmente a farsi vivo durante lo scorrere delle pagine. È come se l’autore accendesse ogni tanto una miccia, che però farà esplodere più tardi, come un segnale che promette uno sviluppo. Un piccolo episodio che sembra esaurirsi nel momento, ma che in seguito darà origine a un risvolto della narrazione.

Ed ecco allora che le vite apparentemente slegate degli studenti innamorati Schen Li e Mohammad si intrecceranno con quelle di Michel, un medico gigolò proveniente dal Burkina Faso. O i sogni di Elena, che abita in un campo nomadi, si uniranno in qualche modo a un bambino cinese che lavora per un laboratorio clandestino, nei sotterranei di un palazzo.

La scrittura è fluida e incalzante, mai un calo di tensione. Mai un passaggio a vuoto.

La parte del leone la fanno soprattutto i dialoghi, ai quali l’autore delega anche un compito storico e antropologico, attraverso i simpatici camei che hanno come protagonisti due anziani bolognesi seduti su una panchina. Gino e Adolfo vedono scorrere come in un drive-in il “nuovo mondo” davanti a loro; parlano in dialetto e incarnano la città, la sua memoria storica, che fatica ad accettare l’incedere generazionale di un processo integrativo e multirazziale tanto avviato quanto inarrestabile.

Insomma, c’è davvero tutto in questo libro: amore, violenza, nostalgia, disperazione, l’epica del sogno e della vita futuribile migliore. Forse, si potrebbe discutere sul linguaggio spesso crudo utilizzato da Matrone, ma tutto trova una propria spiegazione nella precisa scelta del suo stesso autore, che lascia volutamente alla mercé dei suoi personaggi e alla loro complessità emotiva il registo lessicale che più si adatta a loro. Che più li rende veri, senza filtri o compromessi d’etichetta linguistica.

Piazza dell’Unità, in conclusione, sa convincere e divertire, soddisfando le aspettative di chi cerca in un romanzo non soltanto un motivo personale di svago, ma anche di acuta riflessione sulla trasformazione dell’attuale società in questo scorcio di inizio millennio.


Biografia

Maurizio Matrone, quando faceva il poliziotto, scriveva un sacco di relazioni di servizio, ma anche saggi, romanzi, racconti, sceneggiature, fumetti, storie per ragazzi, format, progetti, didascalie, pièce, canzoni, presentazioni, prefazioni e postfazioni.

Adesso che ha quarantacinque anni e fa lo scrittore, ha smesso di scrivere le relazioni di servizio.

Se vuoi sapere altro sull’autore, leggi una delle prime interviste del Divano Muccato proprio qui.

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