Border songs” non è una raccolta poetica da tenere sul comodino e da leggere in tranquillità prima di spegnere la luce o da sfogliare spiaggiati sul divano di casa, nelle domeniche piovose.

“Border songs” non ha la natura mansueta della parola edulcorata che richiama alla carezza, ma quella febbrile e diretta del pugno.

E la ferita che rimane, dopo il suo passaggio, non si nasconde affatto, ma ha l’ostentato obiettivo di marcare il passo, di lasciare una traccia di sé per non essere vana negli intenti e nella sostanza.

Per essere quello che di più vero deve rappresentare: parola in movimento, parola viva, militante.

Lo attesta anche la Casa Editrice che ha dato alle stampe questa plaquette, l’americana CC.Marimbo di Berkeley, fondata nel 1996 da Peggy Golden e Randy Fingland, entrambi particolarmente attenti e sensibili all’azione di scouting poetico in giro per il mondo, grazie anche alla validissima collaborazione offerta loro da una vera e propria icona d’oltreoceano come Jack Hirschman (nella stessa collana, ricordiamo anche altri autori italiani, come Ferruccio Brugnaro, Franco Carlini, Alberto Masala, Igor Costanzo, ecc.).

La poetica di Garbin dimostra attraverso i suoi “canti” una personale convergenza, là, dove nel rigo si reca la presenza fisica di un Paese (quello italiano) e della sua precaria condizione sociopolitica dell’ultimo ventennio. Una presenza fisica che si sustanzia in una limpida e dissacrante manifestazione di un disagio a volte conclamato e più spesso latente, quello appunto del suo autore, che sprona il lettore a intraprendere la via della propria coscienza, che propone con fermezza l’idea di un mutamento doveroso e necessario.

Lo stesso Hirschman, nella puntuale prefazione, definisce Garbin come “un poeta che non ha paura di nominare i nemici del popolo, per offrire così i sentimenti di fratellanza e di amicizia che sfidano tale degrado e di resistere a tutti i tentativi di rendere gli esseri umani meno di quello che di innato sono”.


CANTO I

Gli occhi morti coi quali mi osservasti
che lacerati come giunte sono
le mani che gravano sul tuo ventre
potendo avrebbero cambiato il mondo
come le orecchie deformate nella
ascoltazione delle più diffuse
falsità, cadono nel sonno delle
masse ignare, mentre logori i piedi
valicano il confine stabilito.

Se qualcuno dicesse ch’è per tuo
volere che libero sono come
l’andatura di Isadora Duncan
risponderei che sono solo, come
l’esule che marcia sotto la Luna,
come sangue che oscura il volto, sangue
dei morti schiavi dell’urlo globale
inteso -ovviamente- come collo
chiuso in stretta morsa, non come uomo
esposto a leggi contro-stabilite.

Quegli occhi, quel tuo corpo consistente
le mani che tanti hanno condotto
con speranza, si son fatti tradire
dall’avido gioco dei più astuti
demoni della mercificazione
dalle cui bocche fuoriesce una nuova:
la tirannia di virtuo-convinzione,
ventre volutabro ti hanno mentito
ti stanno privando di libertà!

Leggendo le pagine di questo libro, mi ritorna alla mente Tomaž Šalamun, uno dei maggiori esponenti della letteratura slovena degli ultimi cinquant’anni. Mi ricorda il suo stile poetico, definito dai critici con il termine di “resimo” (dal latino res, cioè “cosa”), ovvero quella capacità di distanziarsi dal verso, con il chiaro intento di far parlare le cose stesse.

“Mondare il campo e correre ai confini della terra. / Portare in seno un cristallo: la parola. Davanti / all’uscio miti esalazioni, l’incendio illumina il giorno. / Voltarsi, di nuovo ancora voltarsi…” scrive Šalamun, in una lirica contenuta nel suo “Il ragazzo e il cervo” (Multimedia Edizioni, Salerno 2002).

E Garbin fa esattamente questo, non intende vivere con lo sguardo proiettato ottusamente al futuro, vittima del proprio solipsismo, ma si “volta” per riflettere e analizzare il quotidiano, per raccontarci ciò che è accaduto, attraverso una voce consapevole e forte, una voce che incita al risveglio anche attraverso l’invettiva. Un’evocazione purissima che ci chiede di non sopravvivere passivamente alla realtà disumanizzante, sempre pronta a sedurci e a narcotizzarci, bensì di fare della vita un ricettacolo sicuro per le nostre idee, quelle per le quali vale veramente la pena di battersi e di sognare.

 

 GAZA 30-12-2008

Jawaher aveva 4 anni
Dina aveva 8 anni
Samar aveva 12 anni
Ikram aveva 14 anni
Tahrir aveva 17 anni,
in tutto ne fanno 55,
55 anni tolti alla madre
e ingurgitati dalle pance
di Barak e Olmert.
Non scordatevi dei Balusha,
che non hanno potuto seppellire
i corpi delle loro figlie
al cimitero di Shuhada,
uccise nel loro giovane sonno,
loro non erano affatto
terroristi, come ha definito
Barak tutti quei morti,
nel parlamento di Israele,
e non scordatevi nemmeno
di chi le ha uccise,
perché 8 meno 5
fa 3 figli rimasti,
grazie a quei vigliacchi
che dicono purtroppo.
Non scordatevi di Samira
orfana di 5 figlie
nel campo profughi di Jabaliya,
colpite da un F-16
di fabbricazione U.S.A.
E per favore, togliete quel nome,
Simon Peres,
dalla lista dei nobel per la pace…

 

 ”Border Songs”, insomma, è una raccolta poetica coraggiosa sia nei contenuti, sia nello spirito di cui è animata, una raccolta nata per tracciare, a modo suo, un percorso di sentimento e di riscossa da vivere insieme al proprio lettore.

E mi piace l’idea di poter chiudere questa recensione con le stesse parole con cui Hirschman termina la sua introduzione al libro, con una frase di buon auspicio: “leggerete ancora molto di questo giovane poeta negli anni a venire”… e se lo dice lui, non possiamo che crederci.



Andrea Garbin vive e lavora in provincia di Mantova.  Prima di “Border Songs“, ha pubblicato le raccolte di poesie – Il senso della musa (Aletti, 2007) e Lattice (Fara, 2009), e un estratto di Croce del sud su Salvezza e impegno (Fara, 2010) – e racconti sulle antologie Per natale non esco (TranseuropaLibri, 2008) e Il rumore degli occhi (Edizioni Creativa, 2009). Collabora con Casa della poesia di Baronissi (SA) e dirige gli incontri letterari presso il Caffè Galeter di Montichiari (BS). Ha fondato il Movimento dal sottosuolo scrivendone il Manifesto dal sottosuolo, sottoscritto da una dozzina di autori e seguito da altri scritti. Fa parte del comitato di organizzazione del Premio Letterario Giuseppe Acerbi. Con Fabio Barcellandi è curatore, per la regione lombardia, della collana poetica itinerante di Thauma Edizioni. Nel giugno 2011 è tradotto da Dave Lordan per l’antologia “Poethree – new italian voices” presentato con una tournè in Irlanda.  Tiene una rubrica di poesia sul mensile Corriere del Garda.

Oltre a scrivere si occupa di teatro. Nel 2011 è tra i fondatori della compagnia Teatro Scariolante. Sempre per il teatro è autore del testo “L’inferno freddo di Marlene”.

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