Silvia Rosa 02

©Silvia Rosa



Abbiamo conosciuto Silvia verso la fine del 2014, al Caffè Galetér di Montichiari (BS), durante una serata incentrata sul fenomeno dell’emigrazione al femminile (di cui l’autrice ha scritto un saggio acuto e dettagliato, “Italiane d’Argentina” edito da Ananke Edizioni).

Parlando insieme a lei, scopriamo con piacere che è anche una bravissima scrittrice di poesie e che da pochi giorni è uscita la sua ultima raccolta, intitolata “Genealogia imperfetta” (La Vita Felice, 2014).

Ed è proprio da qui che vogliamo partire, perché a nostro avviso questo libro segna in qualche modo un punto di sintesi nel percorso artistico di Silvia.

Dopo aver dato alle stampe “Di sole voci” (Ed. Lietocolle, 2010) e “SoloMinuscolaScrittura” (La Vita Felice, 2012), infatti, l’autrice approda sulle rive di un corpo (il suo) che ha conosciuto prima un naufragio, con le proprie inquietudini e le proprie disperanze, e che ha cercato poi di ricostruirne una mappa, per interrogarsi su quanto accaduto, elaborando la consapevolezza del distacco, facendone duro sedimento.

Così, in “Genealogia imperfetta”, si concretizza una tappa fondamentale del viaggio esistenziale di Silvia, lo stadio ultimo di un dolore che ora si è fatto superamento.

E c’è un bosco ad aspettarla, una volta riportati i piedi sulla terraferma. Un bosco che l’autrice ben conosce, perché composto dalla stessa sostanza poetica di cui sono fatte le sue vene, i suoi silenzi e i suoi segreti.

Un luogo dove può presentarsi coraggiosamente nuda al proprio lettore, perché piena risulta la fiducia riposta nell’affidabilità delle parole, che sanno scavarne e disvelarne la radice profonda dell’io, fino a regalarci –come lei stessa scrive- il centro esatto di sé.

Ma andiamo a scoprire subito qualcosa di più di questa autrice, attraverso la consueta modalità d’intervista de “Il Divano Muccato”.

Allora Silvia, se ti dicessimo…

 

1) IMPERFEZIONE
Questa è una parola con cui faccio i conti da sempre, una di quelle che vorrei dimenticare e che invece occupa molto spazio, tanti pensieri, troppe energie. Imperfezione è una parola ombra, che se ne sta nascosta nera dietro al suo opposto, la luminosissima e seducente perfezione, a cui rivolgo sempre lo sguardo e mi avvelena spesso l’umore, perché è irraggiungibile e tutto al suo confronto appare opaco, senza smalto, appare “non abbastanza”. Imperfezione è lo spazio che manca da qui all’essere amata: questo di fatto è il costante pensiero in sottofondo, che ha una vocina appuntita e si insinua tra le pieghe del fare, creando ansia. Imperfezione è una parola che attraversa la realtà e il mondo, che non si rivelano mai all’altezza dell’immaginazione e delle idee, per cui bisogna imparare ad amare sul serio, con impegno, per prendersene cura e non essere troppo severi e intolleranti con sé stessi e con il prossimo. Io ci provo, anche se spesso mi coglie la delusione e lo sconforto di fronte alla corruttibilità delle cose e dei sentimenti, al fatto che niente resti senza grinze o smagliature, che tutto vada incontro da subito alla perdita costante, alla mancanza, al buio.

2) CORPO
Ecco un’altra parola con cui sono in guerra, forse con l’età un po’ meno, ma diciamo che non si è ancora raggiunta una tregua definitiva, non si è sciolto del tutto il nodo conflittuale. Il corpo come soglia che permette di entrare in relazione con gli altri e con la realtà esterna, e come limite ultimo che impedisce la fusione completa. Il corpo che diventa fardello, che ingabbia lo spirito, che pesa, ma anche che libera dai pensieri avvitati e sterili di una mente non radicata per terra, proiettata nel suo stesso vuoto. Corpo croce e delizia. Crocevia di dolore e di piacere. Al corpo ho destinato una lunga riflessione in versi, qualche anno fa, insieme alla filosofa Alessandra Pigliaru, con il progetto “Scatti per voci sole”, un lavoro a quattro mani nel quale io e Alessandra abbiamo indagato, attraverso il linguaggio poetico e quello filosofico, gli scatti di alcune/i note/i fotografe/i che ritraevano il corpo femminile. Il progetto aveva suscitato all’epoca molta attenzione, nonché diverse critiche, e per me ha significato moltissimo, non solo perché si è poi trasformato in un libro, la mia prima raccolta poetica “Di sole voci”, ma soprattutto perché mi ha aiutata a concludere una fase della mia vita in cui la relazione con il mio corpo era stata poco serena. Apro qui una parentesi: per me la scrittura poetica ha senso se si muove in direzione dell’autenticità e verso l’altro, in un piccolo circolo virtuoso che rende le parole di carne, vere perché somiglianti a chi scrive e per questo ben riconoscibili ma anche potenzialmente universali, ché chiunque vi si specchi – ritrovandosi – possa fare proprie. Questa è la scrittura che amo leggere, che ha qualcosa da dirmi, e questa è l’unica scrittura che vorrei praticare: non meramente un girotondo autoreferenziale intorno al mio ombelico (anche se il rischio c’è e ne sono consapevole), ma piuttosto un’offerta, un’esposizione senza riserve, un dono in nome della parola poetica, in cui il corpo – proprio e altrui – nella sua interezza è centro pulsante, mezzo e destinazione insieme.

3) SOLITUDINI
Trovo interessante la scelta del plurale: non ci avevo mai riflettuto più di tanto, sebbene anche questa parola ricorra molte volte in quello che scrivo, ma adesso, qui, mi balza subito agli occhi. C’è di sicuro una solitudine positiva e una solitudine negativa. In quella positiva si sta bene con sé stessi, si sta e basta, godendo del silenzio e delle attività che si svolgono nel frattempo, è un momento di sospensione volontaria della socialità, di ritiro, e trovo che, almeno per me, sia assolutamente necessaria per rigenerarsi. Ma non si è veramente soli. In questo senso, invece, la solitudine è negativa e basta, per come la vivo io, è sapere di non poter contare su nessuno, è avere il vuoto intorno, fino a sentirsi schiacciare da una cappa che toglie l’aria. Questo genere di solitudine mi spaventa, non sono evidentemente il tipo di persona in grado di sostenere l’assenza dell’altro, che mi taglierebbe a metà e mi renderebbe fragilissima. Però amo starmene per conto mio, molto spesso, tipo lumachina, chiudere tutto quanto fuori di casa e restare ore intere, a volte giorni, così. Poi penso anche che le solitudini siano tante quante le persone che amiamo e che a un certo punto non ci sono più per noi.

4) NIEDERNGASSE
È una rivista indipendente di poesia e cultura, diretta dalla bravissima poeta Paola Silvia Dolci, per cui firmo la rubrica di costume e società “L’asterisco e la Margherita”, con il nome di Margherita M. La decisione di firmarmi con un eteronimo nasce dal desiderio di sondare un tipo di scrittura un po’ diversa da quella con cui di solito mi cimento, più ironica e leggera, più fresca e pungente, di dare cioè voce a un’altra me, a cui ho voluto riconoscere un’identità autonoma. Dichiarandolo. Ero tentata di usare uno pseudonimo, all’inizio, ma poi ho preferito non farlo, perché mi sembra sempre che sia necessario assumersi la responsabilità di quello che si scrive, e quindi ho optato per questa bizzarra scelta di essere io ma non del tutto, di essere un’altra e me stessa in contemporanea.

5) ART 10100
Questo è il nome dell’associazione culturale che presiedo e di cui sono socia fondatrice, insieme al fotografo Gepe Cavallero e all’attrice Donatella Lessio. Costituita nel 2013, mi ha dato già diverse soddisfazioni, in particolare la possibilità di organizzare un festival multidisciplinare, giunto quest’anno alla terza edizione, che ho curato insieme ai poeti Antonella Taravella e Salvatore Sblando: il “Festivart della Follia”. In questo periodo, invece, sto lavorando a un progetto ideato insieme alla psicologa e scrittrice Valeria Bianchi Mian, che abbiamo chiamato “Medicamenta – lingua di donna e altre scritture”, dedicato alle donne, ai loro racconti di vita, alla poesia e agli origami: di recente abbiamo condotto il nostro primo laboratorio in un CPIA di Torino, con donne straniere. È stata davvero una bellissima esperienza ascoltare i racconti di ognuna, lavorare insieme per trasformarli in brevi testi poetici e poi creare degli origami che li contenessero, dei fiori di parole per rendere più lieve il peso di certi vissuti legati alla vicenda migratoria.

6) ARGENTINA
Il mio grande amore. Il mio paese d’elezione. Quello in cui vorrei vivere, in cui ritorno appena posso, che mi manca, al quale sono legatissima. L’Argentina per me è un luogo reale, ma anche e soprattutto un luogo dello spirito, che rappresenta sempre un inizio, la possibilità di andare oltre quello che conosco, di sfidare le mie paure.  Una parte della mia famiglia è emigrata a Buenos Aires nel secondo dopoguerra, ma abbiamo sempre mantenuto i contatti. La mia prozia scriveva lettere e cartoline a mia nonna, e per questo sono cresciuta pensando all’Argentina, sognando di andarci, di scoprire com’era. I miei parenti, poi, sono venuti in visita diverse volte in Italia e io mi sono affezionata molto a loro, così un bel giorno, giovanissima (avevo 19 anni), ho deciso di partire e di andare a trovarli. Questo primo viaggio mi ha cambiato la vita, e non è tanto per dire. Mi sono appassionata alla storia dell’emigrazione italiana in Argentina, ho studiato la lingua e nel corso degli anni sono tornata in varie occasioni a visitare il paese e la mia famiglia di laggiù. Una delle ultime volte ho intervistato la mia prozia centenaria, e questa intervista compare nel libro che le ho dedicato, “Italiane d’Argentina: storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960)”, un saggio di storia contemporanea tratto dalla mia tesi di laurea sulle vicende delle donne emigrate. Durante l’ultimo viaggio oltreoceano per presentare il libro, ho avviato un nuovo lavoro, che è stato pubblicato sulle riviste Iris News e Versante Ripido: “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”, in cui mi occupo della traduzione di alcuni importanti poeti incontrati e intervistati a Buenos Aires.

7) RADICI
In aria! Per dire che non mi sento molto radicata da nessuna parte, e allo stesso tempo lo sono in luoghi diversi. Come capita ai figli e ai nipoti degli immigrati. Le mie origini sono siciliane, ma sono nata e cresciuta a Torino. Non sono quindi né torinese né siciliana, sono entrambe le cose insieme, le mie radici sono catanesi, ma sono state innestate in un terreno diverso e hanno messo su frutti bizzarri. Le mie radici mi legano a mia nonna materna, che mi ha cresciuta, siciliana d’origine anche lei, ma nata in Calabria ed emigrata giovanissima a Torino, mi legano alle vie di questa città che abito come un’ospite spesso disattenta, e al mare e al vulcano della terra che ho incontrato da adulta e che accidenti, mi somiglia, mio malgrado. Si riflettono nel mio temperamento melanconico e tragico, passionale, che alla me torinese riservata e austera disturba un sacco, e che ho cercato di annacquare per decenni, con fortune alterne. In ogni caso, luoghi a parte, mi sento sempre abbastanza fuori posto. Tranne in certi abbracci. Quindi è lì che tendo a mettere radici, per scelta.

 8) UNA CANZONE
È un po’ come quando ti chiedono “qual è il tuo libro/autore preferito?”. Difficile fare il nome di uno soltanto, dipende. Perciò dovendo scegliere di nominare una canzone, sono in difficoltà. Dipende. Dal periodo e dalla tonalità affettiva a cui dà voce. Potrei elencarne tantissime, per le ragioni più svariate, e tutte emotivamente “cariche”. Senza pensarci troppo, adesso mentre scrivo, mi viene in mente “Parque Triana” di Elbicho. Perché non fa da sottofondo a un’emozione in particolare, perché l’ho ascoltata sempre da sola, perché non mi ricorda nessuno e niente, è mia, una canzone tutta mia che mi piace per questo.

9) PROGETTI
Nel prossimo futuro, diversi. Ma non ne svelo nemmeno uno, per scaramanzia! Scherzi a parte, ho notato che ogni volta che rivelo i miei progetti, beh, com’è e come non è, poi non riesco a realizzarli o ci metto più tempo del previsto, o mi imbatto in infinite difficoltà. Quindi: poche parole, poche dichiarazioni, e più fatti, più azioni concrete. E poi imparare a non dire sempre tutto, ecco, a non andare in giro costantemente svestita, con i pensieri e i sogni in bella vista. Un po’ più di mistero, suvvia! (Me lo devo ripetere, perché per natura tendo a essere invece assai trasparente, ma con il tempo ho imparato che non è sempre saggio esserlo).

10) MOTTO
Non sono sicura di avere soltanto un motto e, in effetti, ho dei dubbi anche sul fatto di averne almeno uno. Di getto, senza troppe elucubrazioni mentali, tenderei a dire: “tutto è relativo”. Ripetermelo mi aiuta a osservare la realtà senza dare per scontato il mio punto di vista. A farmi domande. A cercare di comprendere quello che non capisco. A essere tollerante. A perdonare. A scrivere.



Un paio di poesie di Silvia, tratte dall’ultimo libro “Genealogia Imperfetta” (La Vita Felice, 2014):


(Bosco)

M’innamoro a d e s s o
del bosco che mi racconti con la voce,
di quel verde lucido che sbuca
come un frutto appena colto, fresco,
dopo tutta questa quiete, dopo troppi
fantasmi di vento, dopo passi di foglie
morte e un filo ruggine che ha stretto
mani e alberi in un nodo senza cielo,
parlami ancora con i tuoi occhi
io voglio scrivere per te così parole
nuove e tante io voglio perdermi
per sentieri di mattoni gialli e rossi
per il tuo sguardo, fino al bosco
che mi racconti con la voce, e poi
trovare un punto di sole tra le ombre
in cui spogliarmi di ogni desiderio
e di ogni forma, in cui mangiarmi lenta,
voglio venire a cercarti come un lupo
parlare la lingua del bosco che tu
m’insegni a d e s s o, senza voce e occhi.

***

Un piccolo bottone rosso

Se questa rabbia fosse tutta
un piccolo bottone rosso:
potessi prenderlo tra le dita tirare forte
sentire il filo di cotone che scivola via
come erba secca, potessi sostenere
tutto nello sguardo il vuoto che sprofonda
fino al cuore dall’asola scoperta
e con le dita piano cercare un battito
uno solamente, sentire che la fine
si allenta come una camicia aperta
cade a terra e di colpo io non ho più freddo,
potessi cadere a terra anch’io – erba cotone
filo stretto – gli occhi due bottoni appesi
a ciò che resta, potessi prenderli tra le dita
e dirti indossali, e adesso guardami con quelli,
nuda come non mi hai mai vista.


Bio-bibliografia di Silvia

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Silvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino (2008/2009). Organizza eventi letterari e mostre di arti visive, ed è tra gli ideatori e curatori del “FestivART della FOLLIA” e del progetto “Medicamenta- lingua di donna altre scritture”. Ha fondato e presiede l’Associazione Culturale ART 10100 e scrive per le riviste Argo e NiedernGasse.

 

Ha all’attivo diverse collaborazioni nel campo delle arti visive e la pubblicazione di ebook fotopoetici. Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo “Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici”, pubblicato a puntate sulla rivista internazionale di poesia Iris News. Tra le sue pubblicazioni: il saggio di storia contemporanea “Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960)”, Ananke Edizioni, 2013; le raccolte poetiche: “Genealogia imperfetta”, La Vita Felice 2014;  “SoloMinuscolaScrittura” (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti), La vita Felice, 2012;  “Di sole voci”,  LietoColle Editore 2010 (II ediz. 2012); il libro di racconti: “Del suo essere un corpo”, Montedit Edizioni, 2010.

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